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Una riflessione sul Collio

Scritto da  Roberto Spera

Ogni volta che torno in Collio la mia mente si apre a lunghe riflessioni. I profumi che si rincorrono nell’aria, trasportati dai venti che si incontrano e giocano lungo i fianchi dei morbidi colli, si offrono con diverse intensità al mio olfatto. Ne vengo cullato.

E allora lo sguardo, dimentico di ogni altro, accarezza l’orizzonte e si sofferma su un filare di vigna, su un ulivo, su un ciliegio, sul bosco eterno compagno dell’uomo in questa terra. I colori invadono l’occhio, ci sono tutti, ma domina il verde in tutte le sue espressioni dalle più tenui alle più forti.
Mi seggo su un muretto di pietra e penso a questo luogo di magia, dove l’uomo e la terra hanno trovato la perfetta simbiosi.
Cerco di trovare da tempo una parola che riesca a racchiudere in sé l’essenza del Collio, che sappia raccontare, così, semplicemente la storia di questa gente e di questa terra. La cerco dovunque.
La cerco nelle cantine dove mi soffermo a degustare l’eccellenza del bianco, ma anche ad ascoltare i racconti di chi tocca con mano questa terra e i suoi frutti. Ognuno lascia che il suo vino racchiuda in sé la storia della propria famiglia e del pezzetto di terra dove la vite raccoglie il suo nutrimento. Tante espressioni degli stessi vitigni quante sono le vigne e quanti sono le donne e gli uomini del vino. Un percorso olfattivo e gustativo affascinante così diverso e vario, eppure così uguale nell’intimo, che sa per questo sorprendere  e regalare una piacevolezza infinita.
La cerco nelle Frasche, dove il vociare per un attimo si interrompe per dedicare una rispettosa attenzione al nuovo che è entrato, poi riprende, quasi indifferente, quasi, perché basta sedersi con il bicchiere colmo che una prima parola arriva e poi le altre. Non si può bere un bicchiere di vino in silenzio, da soli. Non qui.
La cerco mentre percorro le strade, entro nelle piccole botteghe, dove le anziane proprietarie, irriducibili, osservano severe le giovani fanciulle che servono i prodotti tipici, il risultato di una antica saggezza contadina che viene mantenuto con gelosa attenzione, un delicato miscuglio di culture che in questa terra si sono ritrovate a vivere e a convivere. Ma quegli sguardi severi sembrano virare alla serenità se ci si avvicina per ascoltare le storie di queste antiche signore. Si ergono incuranti del doloroso peso degli anni con una fierezza che commuove, la voce diventa ferma, e raccontano, raccontano, guardandoti negli occhi per trasmettere anche attraverso lo sguardo la forza delle loro emozioni e dei loro ricordi.
La cerco nelle case contadine dove si respira il profumo delle buone cose di questa terra e dove altre storie mi attendono, quelle semplici, familiari, ma che aprono il cuore e aiutano a capire. Sulla tavola appaiono come d’incanto un tocco di cacio, un salame che profuma di grotta, un pane che sparge il profumo di lievito e una bottiglia di vino rimasto a riposare qualche anno in cantina. Intorno al tavolo due, anche tre generazioni, a volte più, a dare quel senso di unità fisica della famiglia che a chi l’ha conosciuta anni addietro e ora non l’ha più fa stringere il cuore per il rimpianto.
La cerco alla tavola delle taverne o dei ristoranti e mentre ascolto la storia dei piatti. Ricette austriache, slovene, friulane e chissà di che altra origine, che qui hanno ritrovato nuova vita, a volte si sono fuse, a volte solo interpretate da altre mani, e sono diventate ricette del Collio.
Un continuo girovagare, ascoltare, parlare, alla ricerca di una sola parola.
E la parola si è lasciata trovare. E’ “rispetto”. Il Collio è rispetto nelle sue varie accezioni.
Basta alzare lo sguardo e guardarsi intorno.
Ogni angolo è curato come il giardino di casa, le vigne intessono con geometrica precisione i fianchi delle colline, i boschi sono la fitta cornice di ogni paesaggio, gli alberi da frutto sembrano posti con delicata attenzione dove più si esalta la loro presenza, e anche dove la natura viene lasciata libera di esprimersi, anche lì tutto è armonia. La mano dell’uomo interviene solo per migliorare, mai per offendere tanta bellezza. Cosa è questo se non rispetto per la natura?
Ma è nei rapporti tra le persone che questa parola assume un significato ancora più pieno. Il naturale riserbo è un segno di rispetto, non di indifferenza, dell’altro, delle sue scelte, del suo modo di essere, della sua storia, delle sue tradizioni. La grande forza di questo popolo, popolo di confine, viene proprio dalla sua sofferta storia e dalla capacità di saper far convivere in serenità famiglie di diversa origine in un fazzoletto di terra. La famiglia è lo scrigno delle tradizioni, che racchiude i valori che si trasmettono tra le generazioni. La compattezza di queste famiglie e una realtà fondamentalmente contadina, ha consentito di preservare molti dei valori che in altri luoghi si sono andati dissolvendo. Ogni famiglia ha mantenuto la sua unicità, ma ha messo a fattor comune i propri valori. E qui trovo la spiegazione di quanto poco più su affermavo sul vino, che pur in una diversità espressiva molto evidente da cantina a cantina, riesce a conservare un tratto caratteristico che lo lega indissolubilmente a questo territorio.
Mi sollevo dal muretto di pietra. Sorridendo riprendo a camminare.

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